TORQUEMADA L'INQUISITORE

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TORQUEMADA L'INQUISITORE

Messaggio  annali il Dom 29 Dic 2013, 01:51


 
Fu il frate domenicano passato alla storia come simbolo di crudeltà e intolleranza. Organizzò e diresse il tribunale ecclesiastico spagnolo al tempo più feroce della repressione, trasformandolo in un potente strumento politico nelle mani dei sovrani Ferdinando e Isabella.
I re cattolici si servirono dell’inquisizione per gestire il potere, perseguitare ed epurare le comunità ebraiche della nazione.
Tomàs de Torquemada Valdespino nacque nel 1420, da una famiglia di origine ebraica. Nipote del cardinale e teologo domenicano Juan de Torquemada, che era stato confessore di Giovanni II di Castiglia, seguì le orme del parente e prese i voti nel convento di San Paolo di Valladolid.
Grazie allo zio stabilì contatti di alto livello e durante le lotte per la successione di Enrico IV sostenne la causa di Isabella, divenuta poi Isabella I la Cattolica, guadagnandone il favore reale.
Fu nominato Inquisitore Generale nel 1483, diventando in tal modo l’unico individuo, oltre ai monarchi, il cui potere si estendeva in Castiglia e Leòn e in tutto il regno di Aragona.
L’istituzione dell’inquisizione nacque a seguito della bolla di papa Sisto IV del 1478, poiché in Spagna preoccupava molto il problema dei cosiddetti conversi, cioè gli ebrei e i musulmani che si erano convertiti contro la loro volontà per non essere espulsi dalla Spagna. Una serie di persecuzioni contro di loro era stata avviata in particolare a Siviglia, dove 4000 fra ebrei e musulmani furono massacrati dai cattolici, provocando la massima conversione degli ebrei che, in molti casi continuarono a praticare in segreto la loro religione.
La pratica dell’antica inquisizione medievale era rimasta sempre sotto il controllo del pontefice, ma non era ciò che desideravano i Re Cattolici spagnoli, per questo crearono al Consiglio della Suprema e Generale Inquisizione, un organo che introduceva il Sant’Uffizio nella struttura politica della monarchia. E su tale Consiglio, mettere a capo un inquisitore che presiedesse e visionasse le funzioni dello stesso, in modo che avesse la massima autorità su quello che era il suo obiettivo: la persecuzione dell’eresia.

Così Torquemada spiegava nelle  “Instrucciones” come dovesse iniziare il lavoro:  “Anzitutto, gli inquisitori, giungendo nel luogo in cui deve essere compiuta l’indagine, inseriscano nelle loro lettere o editti per trenta o quaranta giorni, in modo che tutti coloro che siano trovati in un caso di eresia o apostasia in questo lasso di tempo si rechino, addolorati e inermi, a confessare i loro errori e dicano la verità non solo su loro stessi,  ma anche denunciare quelli altrui,  corresponsabili dell’errore. E siano accolti con spirito di assoluta carità e abiurando i loro errori siano loro assegnate penitenze   pubbliche o private, secondo l’infamia o la natura del reato ad arbitrio degli inquisitori”.
Sulle vesti dei colpevoli venivano riprodotte immagini che indicavano la pena decretata: una croce di Sant’Andrea se si era pentito in tempo; mezza croce se aveva subito un’ammenda; le fiamme se condannato a morte.
I condannati erano bruciati sul rogo, anche se talvolta venivano strangolati prima.
Ai pentiti erano inflitte pene inferiori: ammende pecuniarie, pellegrinaggi, pubblica fustigazione o il carcere.

I maggiori fatti oggetto di feroce persecuzione furono i conversi. Le cifre di alcuni tribunali danno un’idea sul terrore seminato dal comportamento del sant’uffizio, dalle quali risulta  un numero oltremodo rilevante, anche se non esistono cifre sicure sul numero delle persone  processate e giustiziate nei 400 anni di funzionamento dell’inquisizione.  Secondo le stime, in quel periodo furono uccise 31.900 persone, delle quali 9.000 nel periodo della gestione di Torquemada, su un totale di 340,000 condannate a pene diverse. Il rigore di Torquemada e dei suoi uomini non si fermò di fronte a nessuna istanza.  
Solo i vescovi non ricaddero sotto la giurisdizione dell’inquisizione, poiché potevano essere giudicati solo da Roma. Questo fatto in Spagna aveva la sua rilevanza, poiché parte di vescovi, annoverava alcuni conversi fra i propri antenati. Perduto il favore reale, quando la stessa regina Isabella arrivò a non tollerare più tanta autorità che Torquemada esercitava, unita all’audacia con cui imponeva la sua volontà, il grande inquisitore si ritirò nel monastero di San Tommaso di Avila. Fu lì che si spense e venne sepolto il 20 settembre 1498.
Nei secoli successivi, dopo alcuni trasferimenti in altre cappelle, il suo sepolcro andò perduto e a tutt’oggi, nessuno più sa, dove si trovino i suoi resti.
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