I SETTE VIZI CAPITALI

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Re: I SETTE VIZI CAPITALI

Messaggio  annali il Dom 06 Lug 2014, 01:31




LA SUPERBIA
Sul tema “peccati capitali”un semplice commento non basterebbe proprio  si aprirebbe un dibattito infinito. Partendo da questo presupposto, ecco pronto un argomento, il peccato di “superbia”, dal quale ne discende uno nuovo, indice di dissolvimento della personalità, individuabile già come tendenza collettiva. 
Agostino, nella “Città di Dio”, ci illustra come la superbia entra nella storia quale primo peccato: quello che commise Lucifero, il più perfetto degli angeli che volle rendersi simile a Dio, e che con questo suo desiderio di grandezza originò il male per tutto il genere umano, avendo indotto Adamo ed Eva a peccare. Peccato che, in conformità a lucido ragionamento non ci fu, ma non tocchiamo un filo scoperto che potrebbe far saltare l’impalcatura ordita da Gregorio Magno.
Dunque, la superbia, il peccato da cui si dipartono tutti gli altri. Per esempio, la vanagloria, aspirazione a una notorietà tutta umana e terrena. Tuttavia, il desiderio di grandezza non può essere sempre visto in negativo. Prendiamo ad esempio Aristotele, per il quale la prodigalità potrebbe benissimo essere la condizione di chi si reputa degno di grandi cose, essendone effettivamente meritevole. In contrapposizione troviamo chi pur capace di aspirare a cose ragguardevoli si ritira impaurito dalle difficoltà della vita. 
L’IRA
 Su questo peccato pesa una riflessione millenaria. 
Nel mondo greco leggiamo dell'ira funesta di Achille, considerata un valore eroico, mentre Seneca, nel "De ira", ravvisava in questo stato d'animo un'inammissibile degradazione dell'uomo. Vero, in preda all'ira quanta violenza si perpetua. 
Eppure  anche Gesù ne dette dimostrazione quando impugnò la frusta per scacciare i mercanti dal tempio, e numerosi sono gli esempi in cui si manifestò la collera divina. Fu spiegata, giustamente, come modo differente da quella dell'uomo, come somma giustizia che non comporta turbamento emotivo. 
Non manca chi, peraltro, distingue fra collera e sdegno, fra iracondia e ardore per una giusta causa. 
Chi contro l'Ira fece una dura crociata fu Ruggero Bacone, per il quale l'ira allontana l'uomo dalla ragione, lo travolge e lo fa precipitare in uno stato di temporanea follia. 
La Scolastica classificò l'ira in diverse filiazioni per distinguerle. Si elencò un'ira del cuore: indignazione e tracotanza;un'ira della bocca: bestemmie e insulti; un'ira delle azioni: risse, lesioni, omicidi. 
Argine al dirompente furore del peccato di Ira è la mansuetudine del cristiano, che, pur subendo ingiurie si predispone ad accettarle nel ricordo del torto subito da Gesù. 

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Re: I SETTE VIZI CAPITALI

Messaggio  Mr Fehér il Mar 10 Giu 2014, 12:53

,,,
eseguita correzione titolo-

Nb. essendo il titolo aperto da te , la prossima volta che succede , entri con un postReply e lo modifichi direttamente nella sezione delle opzioni sotto il postReply stesso ,,, 


Così come per te , così stesso per gli altri , nelle medesime condizioni - 
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Re: I SETTE VIZI CAPITALI

Messaggio  annali il Mer 04 Giu 2014, 23:02

'aspita! per aver modificato il titolo m'esce sto "risolto!" In tre volte non concluso un bel nulla...Qui ci vuole l'intervento dell' Admin!
auff! stuff!  Laughing Laughing Laughing 

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Messaggio  annali il Mer 04 Giu 2014, 22:47


 
 
INVIDIA
 
Ancora una riflessione su un altro dei peccati del Settenario: l’Invidia.
All’inizio l’Invidia non ebbe una sua identità precisa, assunse un ruolo di rilievo con Gregorio Magno, che lo definì un vizio simile alla Superbia.
A differenza degli altri vizi che procurano illusori piaceri, l’Invidia procura solo dolore e infelicità, essendo un tarlo continuo per l’eccellenza degli altri.
L’invidioso è chi guarda di traverso (invidet) un altro uomo perché non sopporta che goda di un bene che lui non possiede.
Questo peccato nel Medioevo fu considerato perverso e diffuso fra tutti gli individui. Due erano le categorie più invidiose: i cortigiani e gli intellettuali. La corte era, infatti, il luogo dove i tradimenti, calunnie e diffamazioni regnavano sovrani per accaparrarsi i favori dei principi o dei potenti di turno.
Oggi, l’invidia, uscita dalla sfera individuale, si manifesta quale malattia sociale che spezza il vincolo di carità cristiana e causa furti, rapine, tradimenti.
L’invidia, potrebbe portare a migliorare se stessi? Nel cercare di emulare i successi altrui, non saremmo obbligati a dare il meglio di quanto possiamo nelle nostre capacità?
Rimane sempre un peccato o non piuttosto uno stimolo accettabile?
[/justify]


Ultima modifica di annali il Mer 04 Giu 2014, 22:55, modificato 3 volte (Motivazione : inviato per errore anzitempo)

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Messaggio  annali il Ven 30 Mag 2014, 03:00


 
“L’Accidia”, intesa come “una debolezza dell’anima”, principalmente ebbe origini monastiche: gli eremiti, frati, monaci, sceglievano di isolarsi dal mondo e vivere di preghiere, rinchiusi nelle loro celle, convinti di servire Dio. Dimenticando che mai Gesù disse agli apostoli di rinchiudersi da qualche parte, ma di andare per il mondo a predicare la Buona Novella.
L’Accidia si fonde con la tristezza, ambiguamente sospesa tra ansia e sofferenza, tedio e pigrizia: la cosiddetta melanconia accidiosa.
Gregorio Magno e ancor dopo la teologia scolastica, la identificarono non come vizio di soggetto stanco perché sottoposto a isolamento e privazioni, bensì come una forma universale di disordine morale proprio di tutti gli uomini.
Dunque, non più circoscritta ai monasteri, ma entrata a tutti gli effetti nel mondo. Non più Accidia legata a inquietudini spirituali ma a quelli  dell’oziosità,  della pigrizia, dell’indolenza.
“L’oziosità è la madre di tutti i vizi”. L’accidioso, l’indolente, il pigro, peccano contro Dio perché sprecano inutilmente  uno dei beni più preziosi concessi all’uomo: Il tempo.
Questo, sempre secondo Gregorio Magno, papa dal 590 al 604.
Nel tempo, già dalla fine del Medioevo, il concetto di accidia originaria cambiò radicalmente, per divenire melanconia pura, tipica malattia di molti intellettuali.
Era stato pensato da monaci per i monaci, divenuto strumento di individuazione  dei peccati quando un famoso canone del Concilio Laterano IV del 1215 rese obbligatoria per i fedeli la confessione. Il Settenario come guida per le interrogazioni dei confessori.
Certo che le penitenze si sprecavano a quei tempi, se persino il dolce far niente era considerato peccato!
Non per delegittimare la trattazione dei vizi capitali, ma la validità dell’impianto gregoriano pare, a mio avviso, faccia acqua da  qualche parte!

Buonanotte a chi ancora c’è!

annali
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Re: I SETTE VIZI CAPITALI

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