IL MARTIRIO DEL BEATO SIMONINO

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La sera del 23 marzo 1475, un bambino di soli due anni e mezzo scomparve da casa. Era un giovedì santo per i cristiani, mentre per gli Ebrei era una vigilia di Pesach.
Il bimbo, figlio di un conciatore di pelli di Trento, fu ritrovato la domenica di Pasqua, morto, in una roggia della città.  Sul corpo molti segni di torture. Per il fatto che la roggia passasse per lo scantinato di un ebreo, costituente indizio presunto di colpevolezza, si costruì un processo per l’intera comunità ebraica. Già fin dal 1215, gli Ebrei erano stati condannati, dal Quarto Concilio Lateranense, a indossare abiti particolari e a portare un contrassegno giallo che permettesse di identificarli anche da lontano.  
Molti fattori resero possibile il processo, anche per il fatto che all’epoca  a Trento si era creato un clima particolare, ma il dato saliente era la presenza dei frati Osservanti, un ordine estremamente popolare e talvolta cassa di risonanza delle idee dell’Inquisizione, che se ne servì largamente per preparare  il terreno al buon esito dei processi e campagne repressive.
Gli ebrei e le donne un po’ fuori dalle rigide regole famigliari erano i bersagli preferiti delle loro prediche.
Il processo per la morte del piccolo Simonino giunge attraverso atti documentati conservati a Roma, Vienna e Trento. I verbali dei processi che oggi si possono leggere, non sono gli originali, ma quelli che, secondo il parere della corte pontificia di allora, furono riscritti a Trento per occultare almeno parte delle atrocità commesse per estorcere le confessioni.
Finirono sotto accusa, in quel processo, i capi di tre famiglie ebree di origine tedesca che abitavano poco lontano dalla casa di Simonino, in un quartiere della città destinato agli stranieri. Gli interrogatori furono condotti con il fine di dimostrare che dietro l’omicidio non ci fosse solo lo scopo del dileggio anticristiano. L’accusa fu allargata a ogni comunità ebraica, per cui l’esito più drammatico non fu solo la condanna degli imputati, ma la generalizzazione cui il caso dette avvio.
L’accanimento che il vescovo di Trento mise in quel processo andava oltre la necessità di addossare la colpa dell’omicidio alla comunità ebraica di Trento. Anche dopo l’esecuzione dei nove presunti colpevoli, avvenuta sulla pubblica piazza, il processo proseguì coinvolgendo tutti gli altri membri della comunità, tanto che, contro tale accanimento, prese posizioni il commissario pontificio, il quale inoltrò al vescovo, al capitolo tridentino e al podestà, sotto pena di scomunica, la richiesta di rilasciare le donne e i bambini. La sua richiesta, però, cadde nel vuoto. Il vescovo chiese e ottenne la condanna e l’espulsione degli ebrei dai territori posti sotto la sua giurisdizione, mentre nel frattempo, elaborava l’invenzione di un “San Simonino”, entrato poi nelle chiese e nei santoriali cattolici, nonostante le resistenze del Papa alla canonizzazione, che, in effetti, non fu mai pronunciata.
Non convinto dei miracoli che si collegavano al bambino, pura invenzione del vescovo di Trento, il papa Sisto IV inviò un frate domenicano a indagare sulla legittimità dei presunti miracoli verificatosi sulla tomba di Simonino, il quale confermò i dubbi del papa, riferendo trattarsi di macchinazioni per avvalorare credenze superstiziose, inventate a uso e consumo del popolo ignorante. Il pontefice quindi proibì pena la scomunica, il culto di San Simonino.
Ma non aveva fatto i conti con il vescovo di Trento, il quale cercò un’altra via per imporre il culto. Nel 1475 fece stampare un libro composto di dodici xilografie che raccontavano per immagini il martirio di Simonino, studiate  per essere comprese dalle folle analfabete. La fede cristiana era accentrata sullo strumento di tortura rappresentato dalla croce, divenuto simbolo di una religione, allo stesso modo i cultori di San Simonino iniziarono a venerare gli strumenti di tortura, coltelli, spilloni, tenaglie, con cui gli ebrei avrebbero torturato il bambino, come reliquie. Tale culto contò per la diffusione, su un esercito di frati Osservanti, che non mancarono mai di farne citazione nelle loro predicazioni.  
Era nato così, il culto più deleterio antigiudaico nella storia cristiana, per abrogare il quale occorsero ben più di cinquecento anni.
Con il consenso della Santa Sede, il 28 ottobre 1965, l’arcivescovo di Trento lo abrogava ufficialmente, cancellando anche i principali luoghi di culto di San Simonino, in particolare la cappella di San Pietro in Trento, dove si conservava il corpo imbalsamato del bambino.
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