IL CALVARIO -GIOVANNI PAPINI

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Giovanni Papini (1881-1956) nel 1921, a seguito della sua conversione, scrisse "Storia di Cristo", opera che ebbe molta risonanza, pubblicizzata come l'esito della vicenda intellettuale ed esistenziale di un artista, fino a quel momento, vivacemente dissacratore della tradizione e della religione.
La vita di Gesù, presentata per brevi capitoli, inizia con una lunga presentazione, nella quale Papini spiega i motivi del suo scritto e i suoi intendimenti nel proporre un argomento così contro-corrente
per "giustificare" la sua opera di laico già miscredente.

IL CALVARIO

Il triste corteo con il condannato a morte procede alla volta del Calvario "… in cima alla callotta del Teschio le Tre Croci, alte, scure, colle traverse aperte, come giganti pronti all'abbraccio, campeggiano sul gran cielo amoroso di primavera. Non gettano ombre ma sono orlate dalle riverberazioni scintillanti del sole. È tanta la bellezza del mondo, in quel giorno, in quell'ora, che non sembra possibile pensare ai tormenti; non si potrebbe, quell'antenne di legno, fiorirle con fiori di campo e sospendere, dall'una all'altra, festoni di foglie nuove, mascherate i patiboli con muraglie di verdura e sedere all'ombra, fratelli riconciliati e benevoli, per tutta la siesta?”
Con quattro chiodi, impietosamente, Cristo è conficcato alla croce tra il clamore dei suoi avversari e il silenzioso compianto delle donne, della madre e di Giovanni.
"Il respiro di Gesù si faceva sempre più rantolante… Il cielo, ch'era stato limpido tutta la mattina, quasi improvvisamente si oscurò… Cristo è morto. È morto sulla croce come gli uomini hanno voluto, come il Figlio ha scelto e il Padre accettò. L'agonia è finita e i Giudei son contentati. Ha espiato fin all'ultimo ed è morto. Ora comincia la nostra espiazione – e non è ancora finita”.

L’ALBA DELLA RESURREZIONE

Il sole non era ancora nato sul giorno che per noi è la domenica quando le donne si avviarono all’orto. Ma sulle colline d’oriente una speranza bianca, leggera come il riflesso remoto ‘una terra vestita di gigli e d’argento, s’alzava lentamente in mezzo al palpito delle costellazioni, vincendo via via il  brillore e lo sfavillio della notte.  Era una di quell’albe serene che fanno pensare agl’innocenti che dormono e alle bellezze delle promesse, e l’aria netta e benigna par che sia stata commossa poco fa da un volo d’angeli. Giornate verginali che si preparano con lucidi pallori, con lieta verecondia, con freschi brividi, con rincuoranti candidezze.

Giovanni Papini, Storia di Cristo, Firenze, 1945
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