DONNE CELTICHE: GUERRIERE E PROFETESSE

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A differenza delle donne greco-romane sue contemporanee, nel popolo celtico la donna rivestiva un ruolo decisamente più  importante, equivalente a  quello dell’uomo.
Libera all’interno della società, indipendente dalla famiglia, partecipava da protagonista in molte occasioni e in ambiti diversi.
Tra i Celti, l’elite intellettuale religiosa era composta sia da druidi quanto da druidesse dalle molteplici conoscenze.
A parità di diritti con l’uomo, la donna aveva anche l’obbligo di servire la patria come soldato.
Non sempre era impiegata direttamente nell’esercito, ma la sua presenza era di contorno in ogni battaglia, incitando i soldati, curando i feriti, portando vettovaglie e all’occorrenza combattendo.
Durante le battaglie, i carri con le donne e i bambini stavano intorno al campo, dove si combatteva, per far sì che i guerrieri udissero i pianti dei propri figli e le urla delle loro donne e quindi spronati a combattere per essi.
Spesso e volentieri, la donna celtica partecipava attivamente alla battaglia, altezzose e coraggiose quanto gli uomini.
La testimonianza più consistente della bellicosità delle regine celtiche, viene dallo storico romano Dione Cassio, con la descrizione della regina degli Iceni ( I secolo d.C.) la quale guidò i Britanni in una coraggiosa rivolta contro i Romani: “  Boudicca era alta, con uno sguardo che incuteva paura, la voce roca e una massa di capelli rossi lunghi fino alle ginocchia. Portava una collana d’oro dagli anelli intarsiati, una veste variegata e, sopra di questa, un manto chiuso da una fibbia. Stringeva nella mano una lunga lancia che incuteva timore  a quanti la osservava.”
Per vendicare la morte del marito, la regina, riuniti la sua tribù e Clan vicini, mosse alla conquista di diverse località occupate dai romani, radendole al suolo.
Tacito, nella sua storiografia, racconta come le donne celtiche incitassero l’esercito che si sfaldava denudandosi il petto, per rammentare ai propri uomini la schiavitù alla quale le avrebbero lasciate rinunciando a combattere.
Anche Plutarco, a proposito dello scontro di Aquae Sextiae (Aix-en-Provence,102  a.C.), narra di presenze di donne guerriere nella mischia, che combattevano con spade e asce, strappando ai romani gli scudi anche a mani nude, respingendo dai carri tanto i nemici romani quanto i Celti vigliacchi in fuga.
Il rango da sacerdotesse guerriere a quello di streghe sopravvenne con il passaggio alla religione cristiana.
Le donne druido furono ridotte nelle storie antiche alla condizione di figure demoniache simile alle streghe, degradando la loro mitica bellezza e il ruolo sociale/religioso, le loro grandi virtù e i poteri, oltre agli esempi di coraggio e nobiltà all’interno della società celtica.
Fu con l’introduzione del cristianesimo che le donne non ebbero più potere religioso e furono obbligate a rientrare nei ranghi, private del diritto di possedere beni fondiari ed esentate dal dovere di combattere.
Fino a quel momento, in Irlanda e in Britannia, le donne avevano ricoperto ruoli centrali nella vita religiosa come sacerdotesse, come regine e capi clan. Alcune di loro, per lungo tempo, a dispetto della cristianizzazione e della conquista romana continuarono a combattere.
La storiografia, attraverso il latino Tacito, riporta notizie sulle profetesse, di una in particolare: Veleda, che viveva in un’isola presso cui fu inviato il comandante della legione romana Munio Lupesco. Secondo Tacito, fu lei a profetizzare la vittoria dei Germani dopo aver ordinato alle madri e ai bambini di mettersi alle spalle dei guerrieri per incitarli, bloccando la fuga dei propri uomini incutendo terrore ai Romani.
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