MITI E LEGGENDE

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MITI E LEGGENDE Empty Non solo Babbo Natale...

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Tra i ricordi più felici dei bambini Babbo Natale occupa uno spazio quasi illimitato in diverse parti del mondo, mito positivo e amato anche dai grandi...
Tra i miti collegati al Natale ve ne sono altri non sempre positivi, Babbo Natale, infatti, ha dei rivali, una sorta di eroi al contrario, uno dei più noti conosciuti è l’ambiguo personaggio chiamato Belsnickel, mito nato in Europa nel folclore dei paesi nordici durante il Medioevo. 
MITI E LEGGENDE Belsnickel-natale
Belsnickel si annuncia prima di entrare in una casa e non arriva di nascosto come babbo Natale ma bussa alle porte e alle finestre così che i bambini possano vederlo. Indossa indumenti di pelliccia con attaccati campanelli, in mano tiene una frusta per battere i bambini cattivi, però ha anche le tasche piene di dolci, per i bambini buoni. 

La figura di Belsnickel potrebbe essere nata o basata su un altro mito tedesco più antico, una sorta di demone conosciuto come Krampus. La leggenda di questa figura pelosa, paurosa e malvagia, con la coda,  le corna e una lunga lingua di fuori, ha terrorizzato i bambini per secoli. Non si conosce con precisione quando sia nata la sua leggenda, sembra abbia avuto origine nell’odierna Germania molto prima dell’arrivo del Cristianesimo. La notte della sua comparsa è tra il 5 e il 6 dicembre e i bambini cercano di non attirare la sua attenzione. I Krampus sono diavoli che accompagnano la figura folcloristica  di San Nicola nella tradizionale sfilata lungo le strade delle zone di lingua tedesca, una tradizione legata alla mitologia cristiana in particolare al vescovo San Nicolò e ai suoi servitori denominati Krampus, come il demone sconfitto dal santo e dunque costretto a servirlo.
 MITI E LEGGENDE Krampus-300x233
 Krampus
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A coronamento del testo "I giorni della merla", dove non visibile immagine in pagina... Arrow
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MITI E LEGGENDE Empty Sirene: Mito o realtà?

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Nell’Odissea si narra che le sirene attiravano e perdevano i naviganti, e che Ulisse, per ascoltare il loro canto senza perire turò con la cera le orecchie dei compagni, facendosi poi legare all’albero della nave. Per tentarlo le sirene gli offrivano la conoscenza di tutto il mondo.
Anche Ovidio racconta nelle sue Metamorfosi delle sirene, figlie della musa Melpomene e del fiume Acheloo.
Per Platone le sirene erano le divinità che presiedevano al moto dei cieli, secondo una particolare struttura ben delineata dell’universo. Il loro, sosteneva, non era propriamente  un canto, bensì un’unica nota emessa per creare e mantenere  l’armonia delle celesti sfere.
Ancora si narra che Orfeo dalla nave degli Argonauti, cantando più dolcemente delle sirene, queste si trasformavano in rocce perché la loro legge imponeva che dovessero morire se vi fosse stato chi non avesse subito il loro fascino.
 Si potrebbe continuare a citare di quante trasformazioni abbiano subito nei secoli le sirene, da esseri metà uccelli e per metà donne con i piedi di gallina nella tradizione greca, trasformate gradualmente in donne giovani e belle con la coda di pesce, passando dalla seduzione intellettuale della conoscenza a quella propriamente fisica della tentazione erotica.
 

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MITI E LEGGENDE Empty I giorni della merla

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La leggenda, se così si vuole chiamare, è legata a lontani giorni in cui, il freddo tanto intenso, anzi, un gelo polare, costrinse mamma merla a ricercare un luogo dove mantenere al caldo i piccoli merlottini, mentre babbo merlo si prodigava nei paraggi alla ricerca di cibo, utile alla sopravvivenza della famigliola.
Mamma trovò riparo al calduccio nel camino di un vecchio casolare, dove, a causa del fumo le loro piume da bianche divennero nere.
Alla fine, per babbo merlo, la ricerca si estese non più al cibo ma alla famiglia che non riusciva a intravvedere da nessuna parte, non riconoscendola dal colore del piumaggio cambiato.
Fortunatamente la famigliola riuscì a ricongiungersi e ristettero al riparo del camino, tra il caldo e il fumo che alterò per sempre il colore della specie.

 MITI E LEGGENDE Merla1
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Annibale valica le Alpi.
La sua marcia fu così rapida che i romani non riuscirono a intercettare l'esercito cartaginese prima che giungesse in prossimità delle Alpi, che furono valicate superando giganteschi ostacoli. Conduceva in Italia un esercito di ventimila soldati e seimila cavalieri con enormi elefanti.
Il primo scontro con l'avanguardia romana avvenne presso il fiume Trebbia,nel 218 a.C.   


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MITI E LEGGENDE Empty La Torre del Diavolo

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Nell’angolo nordorientale del Wyoming (USA), c’è una montagna impressionante di rocce ignee simile a un gigantesco tronco d’albero pietrificato. I nativi americani sin da tempi molto remoti la considerano un luogo sacro.
Il nome di questa insolita formazione geologica che s’innalza per 1588 metri sul livello del mare, è “Torre del Diavolo”. Ciò che la rende tanto insolita è la superficie completamente piatta con dei solchi verticali al fianco, interpretati dai nativi come graffi delle zampe di orso.
Racconta una leggenda lakota che mentre sette bambine giocavano vicino al villaggio, alcuni orsi si avvicinarono per divorarle. Le bambine saltarono sopra una roccia gridando: “Roccia, salvaci, abbi pietà di noi!”. Il Grande Spirito le udì e fece innalzare la roccia al cielo, mentre gli orsi cercando di arrampicarsi lasciavano con gli artigli le incisioni visibili ancora oggi.
Non riuscirono a raggiungerle perché la roccia salì tanto in alto che le bambine divennero le stelle di una costellazione: le Sette Sorelle delle Pleiadi.
   
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L'estate di San Martino

Il giorno 11 del mese di novembre è dedicato a Martino di Tours, soldato romano convertito al cristianesimo, fondatore del primo monastero nei pressi di Poitiers, in Francia. Lo conosciamo per l'episodio in cui donò parte del suo mantello a un povero trovato nudo a vagare. Si racconta che la notte stessa sognò il Cristo coperto dalla metà del suo mantello e che il mattino, al risveglio, trovasse il mantello ricomposto per intero.
La sua figura sostituì il dio cavaliere venerato dai celti, dio della vegetazione che vinceva gli inferi trionfando sulla morte. L'oca che spesso l'accompagna nell'iconografia dedicata al santo era sacra ai celti come simbolo di messaggera dell'altro mondo.
Nel primo medioevo era il santo più popolare d'occidente, patrono della monarchia francese. La sua mantella, o cappa, era una reliquia, da cui deriva il nome "cappella", luogo in cui era conservata. Divenne patrono dei soldati, dei viaggiatori, degli albergatori e dei vignaioli. Per san Martino si terminavano i lavori agricoli, era il momento di fare bilanci sul raccolto, sopratutto era il momento di pagare affitti e debiti e di traslocare (fare San Martino). 
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MITOLOGIA GIAPPONESE 


Il Kojiki è la prima opera letteraria giapponese completata nel 712 d.C. da un nobile di corte su ordine dell’imperatrice Gemmyo. Tratta di storie e tradizioni fino allora tramandate solo oralmente che iniziano con l’emergere delle isole del Giappone dal caos primordiale, fino al regno dell’imperatrice Suiko. 
Tra gli argomenti presenti nel Kojiki compaiono alcune somiglianze con le vicende narrate nei miti di altre antiche civiltà, incredibilmente simili seppur lontane nel tempo e nello spazio. 
Il Kojiki esordisce narrando di una coppia divina, Izanaki e la sorella Izanami, inviata dagli esseri celesti per stabilizzare le terre allo sbando. 
Proprio come il dio Viracocha mandò sulla terra un uomo e una donna, antenati degli Incas, con una verga d’oro da conficcare nel terreno che sarebbe divenuta la residenza del futuro loro popolo, anche i sommi esseri celesti donarono alla coppia una lancia magica per la ricerca della terra da edificare. 
“ Izanaki e Izanami, roteando verso il basso la preziosa lancia dai flessuosi ponteggi del cielo, cagliarono una salsedine gorgogliante e quando estrassero la lancia, grumi di sale colarono dalla punta uno sull’altro, fino a formare l’isola Onogoro. Vi discesero, piantarono una magnifica colonna ed eressero una dimora molto ampia”. 
Nel Nihongi, una cronaca storica degli eventi accaduti in Giappone dai tempi più antichi al 697 d.C. che tratta argomenti simili a quelli del Kojiki, è scritto: “ Le due divinità discesero e dimorarono nell’isola, decidendo di diventare marito e moglie e generare paesi. Fu così che fecero di Ono-Goro-Jima il pilastro al centro del mondo”. 
Il mito giapponese indica la coppia Izanaki e Izanami come progenitrice di dei, uomini e isole. 
I loro figli furono Susanowo, conosciuto come il dio nipponico degli uragani, e Amaterasu, dea del sole e custode del cielo. 
Quando Izanami morì, la perdita della madre sconvolse Susanowo. Piangeva continuamente e invece di governare le distese dei mari, dominio che aveva ricevuto dal padre, pensava di raggiungere la madre nel regno dei morti. 
Prima di partire volle parlare con la sorella Amaterasu e salì a tale scopo verso il cielo. 
A causa del suo pianto, spargendo tante lacrime, i monti sarebbero avvizziti e persino i fiumi e i mari sarebbero finiti in secca, per questo motivo Amaterasu accolse il fratello con parole di risentimento. Essendo d’indole aggressiva Susanowo irruppe nella sala della sorella scaraventandovi dentro un cavallo maculato scuoiato. 
“Terrorizzata dalla scena, la grande sovrana sacra, dischiuse la porta della rocciosa stanza del cielo e vi si chiuse dentro. Allora le pianure del sommo cielo si oscurarono e sulle terre immerse nelle pianure di giunco calò il buio”. 
Sarebbe potuto finire in un evento apocalittico senza l’intervento dei Kami, gli dei primordiali, che con un astuto espediente ottennero di far ricomparire Amaterasu. 
“Quando la grande e sacra sovrana uscì, le pianure del sommo cielo e le terre immerse nelle pianure di giunco riebbero la luce.” 
Susanowo fu punito dai Kami per il suo comportamento, cacciato dai cieli e spinto verso il mondo inferiore, ovvero verso la terra chiamata Yomi. 
Nel Kojiki è trattato anche il tema della morte e dell’oltretomba, un tema di grande importanza all’interno della mitologia di tutto il mondo. . 




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Ultima modifica di annali il Mar 04 Nov 2014, 01:40, modificato 1 volta (Motivazione : Mi veniva ogni volta talmente male...rifatto 4 volte!)
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 LE SFERE DI LUCE DEL SERPENTE
 
Sul fiume Mekong, nel distretto di Nong Khai, ai confini con il Laos, nell’ultima luna piena del mese di ottobre di ogni anno, si manifesta uno strano fenomeno.
Alcune sfere di luce, che i locali chiamano “Bang Fai Paia Nak” appunto sfere di fuoco del serpente,vengono letteralmente sparate verticalmente verso il cielo, fuoruscendo dalle acque del Mekong. Il fenomeno, per gli scienziati, è dovuto ai gas della decomposizione di organismi sul fondo del fiume che,  per la mutata attrazione lunare, salgono velocemente in superficie.
Per i buddisti credenti si tratta invece di una manifestazione sacra in onore di Buddha.
La prima volta che Buddha camminò in quei luoghi, il serpente Naga, che nella tradizione del buddismo Mon tailandese dimorava, e tuttora dimora, sul fondo del fiume, emise per la prima volta dalla sua bocca le sfere infuocate,  per celebrare il passaggio del Bodhisattva su quelle sponde. Era un modo di offrirgli protezione, ripetendo ogni anno questo fenomeno.
Il rito richiama lungo le sponde del Mekong migliaia di fedeli, per una festa sacra che parte dai templi situati nei luoghi dove le sfere emergono sfrecciando dall’acqua.
Un fenomeno certamente spettacolare  legato a una tradizione  antica.
Il termine Naga è un nome sanscrito per indicare i Saggi Signori Serpente dei Veda.
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Messaggio  Mr Fehér

Spostati messaggi relativi alla divulgazione in altra sezione dedicata poichè qui risullta o-t! ,,, 

Impareremo mai ?  Sad

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Piccola storia zen: Nelle mani del destino.


Un grande guerriero giapponese alla testa di un esercito di numero molto inferiore a quello del nemico, decise di attaccarlo nonostante i suoi soldati fossero dubbiosi.
Si fermò durante la marcia davanti a un tempio scintoista e dopo aver visitato il tempio disse ai suoi uomini: “butterò una moneta e se viene testa vinceremo, se viene croce perderemo. Siamo nelle mani del destino”. Pregò in silenzio, poi gettò la moneta e venne “testa”.
I suoi soldati fiduciosi si buttarono in battaglia e vinsero senza difficoltà.
“Nessuno può cambiare il destino”, disse uno dei suoi soldati. “No, davvero” rispose il grande guerriero capo, mostrandogli una moneta con la testa su entrambe le facce.
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Messaggio  misterred

Pochi sanno che nella sua peregrinazione in Sicilia, anche il famoso Dedalo (quello del labirinto e del minotauro, per intenderci)
passo di qui.
Si dice che durante il soggiorno costruì le mura difensive del tempio di Afrodite, visibili ancor oggi, sulla rupe.
In questa parte della Sicilia (Agrigento e Sicilia occidentale) dedalo dedicò molto del suo tempo (presso un antico
re di Sicilia, un certo Cocalo).
Poi, transitò (forse) in Sardegna.
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MITI E LEGGENDE Prealpi69_apr2006
 
FIABA CELTICA L'Aquila e lo Scricciolo
 
L'aquila e lo scricciolo stavano verificando chi dei due potesse volare più alto.
Il vincitore sarebbe divenuto re degli uccelli.
Lo scricciolo partì per primo, dritto verso il cielo.
Ma l'aquila lo raggiunse, librandosi agevolmente in grandi cerchi nell'aria.
Lo scricciolo era stanco, così, appena l’aquila passò, zitto zitto si sistemò sull’ampio dorso dell’aquila.
Alla fine, l’aquila cominciò a stancarsi.
«Ma dove sei, scricciolo?», gridò.
«Sono qui», rispose lo scricciolo, «solo un po’ più in alto di te».
Il piccolo, gentile scricciolo, contro la forza bruta ci mise la sua intelligenza...
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Messaggio  Charade

annali ha scritto:LA LEGGENDA DEI CHICCHI DI RISO %

Tale leggenda , attraversa secoli e civiltà differenti , tanto da far dubitare chi sia stato il primo ad elaborare tale enigmatico giochino matematico ,,,


Ricordo sulla stessa falsariga ad esempio : Pitagora , Bertoldo e il re  , Archimede e chissà quanti altri sconosciuti , mercanti o viaggiatori arabi ( o anche traders moderni ) che su questo giochino , sicuramente qualcun d'essi abbia fatto qualche furfantesca fortuna -
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La forma di vita terrestre è unita da stretti legami, con un’unica chimica organica e una comune eredità evolutiva.

Era l’anno 1185, l’imperatore del Giappone era un bambino di sette anni di nome Antoku, tanto bello che sembrava emettere luce brillante. La sua potente famiglia, gli Heike, combatteva da anni una guerra cruenta contro i rivali Genji, altra famiglia che gli contendeva il potere. Lo scontro decisivo avvenne nella battaglia navale a Da-no-ura, nel Mar del Giappone, il 24 aprile, dove gli Eike, in numero minore, furono sopraffatti e sconfitti, molti uccisi, qualcuno disperso in mare.
La nonna dell’imperatore non voleva che il nipote fosse catturato dal nemico e fece in modo di sottrarlo al suo triste destino. Lo prese per mano e lo pregò di seguirla senza timore. Il bambino, guardandola sorpreso e ansioso le chiese dove volesse portarlo. Lei, piangendo, gli raccolse i lunghi capelli nella veste color porpora, confortandolo. Lui capì, e con le lacrime agli occhi congiunse le mani, si volse a est per dire addio al dio di Ise e poi a ovest per ripetere una preghiera al Buddha Amida. La nonna lo strinse forte a sé e con le parole “ Il fondo dell’oceano sarà la nostra reggia” scomparvero insieme tra le onde.
Questo è raccontato nella Storia degli Heike.
Dopo che la flotta degli Heike fu distrutta, i pochi sopravissuti, specialmente dame della corte imperiale, si adattarono a vivere con i pescatori del luogo. Gli Heike ormai fuori dalla storia, non svanirono completamente dalla memoria, mantenuta viva dal gruppo dei pochi sopravvissuti, dalle donne e i figli avuti dai pescatori. Ogni anno, il 24 aprile, i discendenti indossano vesti rosse di canapa, copricapi neri e si recano al mausoleo dell’imperatore annegato per assistere alla rappresentazione degli eventi che seguirono alla battaglia di Dan-na-dura. Passarono i secoli e la gente del luogo continuò a immaginare di vedere armate di fantasmi cercare invano di prosciugare il mare per ripulirlo del sangue, della sconfitta e dell’umiliazione.
I pescatori dicono che i samurai vagano ancora in forma di granchi sui fondali del mar del Giappone, fatto avvalorato dal ritrovamento di granchi con segni sul dorso, incisioni e sagome che ricordano il volto di un samurai. Quando ne viene pescato  uno, è restituito subito al mare.
Sarà una leggenda, ma come può essere di trovare sembianze di guerrieri samurai impressi sul carapace di granchi?  Forse anche prima della battaglia di Dan-na-dura, i pescatori, trovando granchi con volto umano impresso, erano restii a cibarsene e li ributtavano in mare, mettendo in moto un processo ereditario, una selezione artificiale, attuato più o meno inconsciamente da parte dei pescatori..
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MITI E LEGGENDE 1485_Foto_506
 
LA LEGGENDA DEI CHICCHI DI RISO
 
Una leggenda questa, ancora da chiarire sia da addebitare all’India o alla Cina, poiché entrambe le culture rivendicano l’invenzione degli scacchi.
C’era una volta un re che amava molto giocare a scacchi ma non conoscendo l’ideatore di tale gioco e desiderando ardentemente incontrarlo, ordinò al suo esercito di rastrellare il paese alla sua ricerca.
Alla fine fu rintracciato, era un vecchio maestro di matematica.
Il re, dopo averlo ricevuto con grandi onori, per ringraziarlo del piacere che il gioco di sua invenzione gli procurava, gli concesse di scegliersi una ricompensa, qualsiasi cosa avesse voluto.
Il vecchio rifletté, poi disse che da uomo semplice gli sarebbe bastato un po’ di riso, precisamente un chicco sul primo riquadro della scacchiera, 2 sul secondo, 4 su terzo, 8 sul quarto, 16 sul  quinto, e via così fino all’ultima casella.
Il re ritenne una tal esigua richiesta, quasi un’offesa alla sua generosità. Una promessa era pur sempre una promessa  e andava perciò rispettata.
La cosa andò avanti per diverse settimane, seguita nella noia e nel malumore, finché il suo tesoriere sommando i chicchi di riso ammassati fino a quel momento scoprì che formavano una bella cifra: erano 15.359 ma nulla di preoccupante per il re. Si adombrò al sessantaquattresimo giorno, quando il tesoriere gli annunciò che sarebbe stato impossibile esaudire la richiesta del vecchio matematico ma ancora per nulla preoccupato gli chiese come mai non fosse possibile pagare la ricompensa. Cos’erano in fondo un paio di sacchi di riso?
Il tesoriere gli spiegò che una scacchiera aveva 64 caselle e che, continuando a raddoppiare si aveva a che fare con un esponente, ed era risultato che gli esponenti talvolta sfuggono a ogni controllo.
Era un bel guaio, a conti fatti si trattava di milioni e milioni di chicchi!
Dispose comunque che il desiderio espresso fosse onorato a qualunque costo.
A questo punto il tesoriere scosse la testa dicendo che in tutto il regno non vi fosse riso a sufficienza per pagare il debito. Il re a quel punto, pose una scelta al matematico, essendo prerogativa poco piacevole delle monarchie assolute di far decapitare i loro sudditi: - il riso o la scure? –
Il vecchio, molto saggiamente, disse che in fondo tanto riso non gli serviva, scelse senza nemmeno pensarci troppo di salvare la sua testa
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MITI E LEGGENDE Gatto-sacro-di-birmania_3
 
IL GATTO BIRMANO NELLA LEGGENDA
 
Una leggenda birmana racconta che secoli fa i gatti completamente bianchi erano i guardiani del tempio di Lao-Tsun, dove si venerava la dea Tsuyn-Kse, raffigurata come una statua d’oro con occhi color dello zaffiro. Il suo sommo sacerdote era circondato da un centinaio di gatti ma il suo preferito era Sinh, che in funzione  di oracolo ispirava il sacerdote prima di ogni decisione.
Il gatto era bianco e con gli occhi gialli e viveva con il suo padrone in contemplazione della dea, la quale aveva il potere di concedere il trasferimento dell’anima nel proprio animale sacro prima che l’uomo raggiungesse la perfezione.
Una notte il tempio fu assalito da un gruppo di malfattori e  il sacerdote fu ucciso. Sinh saltò immediatamente sul corpo del suo padrone con gli occhi rivolti alla dea, e, nello stesso istante, l’anima del sacerdote si trasferì nel gatto: i suoi occhi divennero azzurri come quelli della dea, il pelo si tinse di sfumature dorate e ciascuna zampa divenne marrone, ad eccezione della parte terminale che rimase bianca essendo a contatto con la purezza del sacerdote.
Sinh, con sguardo autoritario, fissò la porta sud del tempio, affinché gi altri sacerdoti la chiudessero per impedire ad altri invasori di entrare.
Sette giorni dopo la morte del suo padrone anche Sinh morì e fu d’obbligo scegliere il successore del sacerdote.
Tutti i sacerdoti riuniti davanti alla statua della dea per stabilire chi di loro fosse degno, rimasero sorpresi vedendo entrare in processione i cento e più gatti, tutti divenuti simili a Sinh, con gli occhi azzurri, il pelo dorato e le zampe marroni e bianche.
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MITI E LEGGENDE Bell%C3%A9rophon_Autun
 
MITI GRECI – BELLEROFONTE  
 
Bellerofonte, figlio del re di Corinto si rese colpevole di un’azione cruenta uccidendo Bellero. Da qui l’assunzione del nome della sua vittima.
Per scontare il suo delitto, viene inviato ad Argo, dal re  Proitos, sacerdote che purificava  le anime. La moglie del sovrano, Antea, si invaghisce di lui, ma, non ricambiata, lo accusa di molestie presso il marito. Siccome l’ospite era considerato sacro, e Bellerofonte quale ospite non poteva subire punizione alcuna, Proitos lo invia con una lettera, dal re di Licia, Iobates, padre di Antea e suo suocero.
Nella lettera chiedeva che Bellerofonte fosse messo a morte. Ma per lo stesso motivo di Proitos, cioè per la legge dell’ospitalità, non  poteva adempiere alla richiesta del genero uccidendo direttamente il giovane.  Così escogita l’espediente di inviarlo a uccidere la Chimera, un mostro dalla testa di leone, il corpo di capra e la coda di serpente, sicuro che il mostro polimorfo avrebbe avuto la meglio sull’eroe.
Con l’aiuto della dea Atena e del cavallo alato Pegaso, Bellerofonte riuscì nell’impresa di uccidere la Chimera. Tornato da Iobates vittorioso, viene spedito a compiere altre imprese, essendo il re deciso ad assecondare la richiesta di Proitos.
In due tempi diversi Bellerofonte si trova a combattere contro i Solimi e le Amazzoni loro alleate, sopravvivendo a entrambe le prove.
Ammirato suo malgrado e resosi conto che mai sarebbe riuscito a sopprimere il giovane, Iobates gli offre in sposa la propria figlia e lo indica quale erede al trono.
Ebbro di potere, Bellerofonte viola l’ordine divino. Vuole raggiungere l’Olimpo in groppa al suo cavallo Pegaso. Ma Zeus, indispettito per tanta tracotanza, gli invia  un tafano a pungere il cavallo, che, imbizzarrito lo disarciona catapultandolo al suolo.
Lo schianto renderà Bellerofonte invalido, che trascorrerà in completa solitudine gli ultimi anni della sua esistenza.  
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IL MAGICO MONDO DELLE SAGHE ISLANDESI
 
In bilico tra cronaca e leggenda, rappresentano un’alta forma di espressione artistica. Sono le saghe dell’Islanda del Medioevo, con i loro eroi buoni e allo stesso tempo cattivi, irascibili, individualisti e comunitari, forti e vulnerabili. Tracciate con uno stile narrativo che affascinò a distanza di tanti secoli grandi scrittori contemporanei.
Saga, in lingua norrena, significa proprio racconto, la cui origine è attribuita alla misteriosa figura dell’omonima dea, definita come “colei che vede” e affiliata alla stirpe degli ASI, la stessa di Odino e di Thor.
Le “Saghe degli Islandesi” sono nate a testimonianza dell’esilio, avvenuto nel X secolo, di un gruppo di famiglie norvegesi poco inclini ad accettare la politica accentratrice del loro re, il famoso Bellachioma. Il sovrano, dopo la vittoriosa battaglia di Hafrsfjord dell’872 aveva costretto i suoi oppositori a emigrare. I fuggiaschi approdarono in Islanda, sperando di riprodurre, in quella terra sconosciuta, il mondo politico e religioso nel quale avevano vissuto in Norvegia. Le cose andarono diversamente, trovandosi a fronteggiare periodi di grande trasformazione, segnato dall’avvento del cristianesimo, cosicché, i vecchi loro dei, insieme a buona parte delle consuetudini, uscirono progressivamente dalla vita quotidiana, sopravvivendo solo nelle generazioni successive come patrimonio della tradizione orale.

Nacquero così le saghe, recitate in pubblico e più tardi, nel XIII secolo, trascritte da narratori che fornivano il resoconto romanzato e ne rifinirono la forma iniziale. La maggior parte degli studiosi, anche contemporanei, ritiene credibile che le saghe siano state in parte cambiate nella loro struttura orale da interventi più o meno invasivi dai trascrittori.
Oltre le Saghe degli Islandesi, notevole suggestione rivelano le Saghe  del Tempo Antico, nelle quali prendono il sopravvento contenuti leggendari e magici.
Le Saghe dei Re, invece, tratteggiano i profili di sovrani medievali perlopiù norvegesi, con la stessa attendibilità storica delle saghe degli Islandesi.
Ogni saga è il frutto del desiderio di raccontare il passato maturato tanti secoli prima nell’animo di un popolo in possesso di una poderosa capacità mnemonica, tanto che ancora oggi gli islandesi amano ricordarle e raccontarle. Difficile trovare anche nei più giovani, qualcuno che non conosca almeno uno dei celebri racconti di quel periodo. Le vecchie storie sono lette di solito dai testi originari, vista la similitudine tra il norreno e la lingua attuale, conservatasi del resto, quasi immutata da mille anni.
L’Islanda, anche per questo, ha assunto nei secoli il soprannome di “Isola delle Saghe”.
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(Raffaello Sanzio)
 
SAN GIORGIO E IL DRAGO
 
La leggenda si affermò nel Medioevo soprattutto in seguito a quanto contenuto nella "Legenda Aurea", scritta dal vescovo di Genova Jacopo da Varagine.
Un orribile drago pretendeva vittime da una città della Libia, pena lo sterminio tramite il suo alito di fuoco. In principio gli furono offerte in sacrificio due pecore ogni giorno, finchè il drago alla fine decretò che non avrebbe voluto più animali in sacrificio ma giovani del luogo. Le vittime erano estratte a sorte e, quando toccò alla figlia del re, nonostante il sovrano avesse tentato di opporsi, essa fu portata sulla riva del lago dove viveva il mostro. Intervenne allora Giorgio, cavaliere della Capadocia, che lo domò colpendolo con la spada. Resolo inoffensivo, lo legò alla cintura della giovane principessa e insieme entrarono in città, dove Giorgio, il prode cavaliere, rassicurò la popolazione, terrorizzata, affermando di essere stato inviato a vincere il drago in nome del signore. Il re e tutta la popolazione si convertirono abbracciando la fede cristiana.
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