Periodo Ellenistico Romano (VIII sec.a.C- V sec. d.C.)

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Mozia e isola dello Stagnone, isola grande.

Messaggio  misterred il Mer 10 Ago 2016, 12:41

Isolette, dirimpetto alla costa di Marsala.
Possono essere raggiunte anche a piedi, con acqua alla cintola.
Storicamente il periodo d'oro si chiuse con la conquista romana
delle Egadi (prima guerra punica).
Mozia, una città fenicio-punica antichissima, fortificata, ricchissima.
Rimangono le mura, alcuni edifici, il museo.
Gli scavi, prima di E.Shielman (quello di T roia per intenderci) e poi
di un certo Withaker (quello del marsala rinomato) portarono alla
luce i resti dell'antico emporio.
Sullo Stagnone, durante la seconda guerra mondiale fu edificasto
un idroscalo per idrovolanti, ormai in disuso (peccato).
La Sicilia è seduta su un tesoro preziosissimo, però non
adeguatamente valorizzato.
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Spartacus, il gladiatore che sfidò il mondo romano

Messaggio  misterred il Sab 06 Ago 2016, 15:27

toria Romana : SPARTAKUS, il gladiatore che sfidò ROMA.
Lo possiamo affermare, senza alcun dubbio, di essere stato il più grande gladiatore e leggendario combattente della storia di Roma antica.
Originario della Tracia (Bulgaria), non si sa molto; alcuni dicono che fosse un auxilia (ausiliario legionario), altri schiavo catturato durante le guerre da Romani.
Fatto sta che divenne gladiatore in Campania.
Comincio la sua avventura egli anfiteatri campani, combattendo contro fiere e altri gladiatori.
Alto, forte, robusto, ma soprattutto dotato di coraggio e tattica militare, ben presto si stancò di fare il gladiatore.
Con altri schiavi gladiatori organizzò una sortita e fuggì dalla riserva gladiatoria dove era confinato.
Cominciò la leggenda di Spartaco l'invincibile.
Fortissimo in combattimento, era sempre al centro della mischia.
Passò dtoria in vittoria, sconfiggendo le legioni romane inviate dal Senato di Roma per catturarlo.
Scorrazzò per tutta l'Italia, ma non riuscì ad imbarcarsi per la Trinacria (Sicilia), perchè privo di imbarcazioni e anche per causa di tradimento dei suoi alleati.
L'ULTIMA BATTAGLIA
Accerchiato in Calabria, fu annientato da numerose legioni romane venuta da tante parti d'Europa.
La leggenda vuole che si battè come un leone, e finì travolto dalle spade di centinaia di legionari assetati di vendetta.
Il suo corpo non fu mai ritrovato.
Altre ipotesi più fantasiosie dicono che egli si sarebbe mischiato tra gli alttri gladiatori catturati.
Crasso nell'incertezza fece crocifiggere circa seimila gladiatori lungo la via Appia antica, a monito per future ribellioni.
Uno dei crocifissi era sicuramente SPARTACO, il rivoluzionario che avrebbe voluto liberare il mondo dalla schiavitù, con le armi e con il gladio.
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La repressione del culto di Bacco

Messaggio  annali il Mer 27 Gen 2016, 01:57

Il culto di Bacco fu propagandato a Roma da una donna campana, vi partecipavano sia uomini sia donne, pertanto s’iniziò a pensare che durante i baccanali si commettesse ogni tipo di empietà, che tali riti corrompessero i costumi tradizionali e che i seguaci di Bacco fossero una setta segreta.
Come racconta Tito Livio nel 186 a. C. le voci a proposito furono raccolte dal console in carica, Spurio Albino, uomo dell’aristocrazia tradizionalista al quale parve questa l’occasione per riaffermare il pericolo della corruzione proveniente dall’Oriente. Si giunse, quindi, a una durissima repressione, con migliaia di arresti tra i fedeli di Dioniso. Il Senato promulgò un decreto contro i riti di Bacco e prese drastiche misure che portarono alla condanna a morte tra i seguaci, fra questi molte  donne.
Il decreto è noto attraverso un documento epigrafico (Corpus Inscriptionum Latinarum, I, 581) “Nessun uomo, sia sacerdote di Bacco... nessuno né in privato né in pubblico e neppure fuori di Roma celebri riti segreti senza approvazione del Senato…”.
È evidente il motivo che conduce al provvedimento, tanto radicale da preludere a quelli che in seguito saranno presi nei confronti dei cristiani: i conservatori di Roma temevano il diffondersi dei riti orientali e ritenevano pericoloso che la religione si sviluppasse senza il controllo dello stato.
I capi del culto dionisiaco erano plebei o donne, vale a dire esponenti marginali di una società dominata da altri. È verosimile, come avviene spesso in questi casi, che il malessere psicologico e il clima d’incertezza prodotto da quell’epoca trovasse sfogo in simili forme mistiche.
Il culto di Bacco, infatti, assicurava ai suoi fedeli un’irrazionale fuga dalla realtà e una sia pur provvisoria compensazione alle frustrazioni e all’emarginazione.      
 
 Il Trionfo di Bacco e di Arianna - Annibale Carracci, 1600 - Roma Palazzo Farnese.

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Il Trionfo consolare

Messaggio  annali il Sab 26 Set 2015, 22:12

La costituzione romana si preoccupava di controllare le manifestazioni d’individualismo, i personaggi troppo popolari o eminenti, suscitavano il sospetto nelle istituzioni. Per questo motivo si regolavano gli onori a cittadini influenti. Caso tipico è rappresentato dal trionfo, riconoscimento che costituiva la glorificazione pubblica di un generale vittorioso.
Il trionfo era concesso ai generali vincitori solo in certe circostanze: in particolare se nella battaglia condotta fossero stati uccisi almeno cinquemila nemici. Era quello il momento in cui si celebrava la gloria di un generale e al tempo stesso in momento in cui egli deponeva i suoi poteri davanti al popolo. Nel giorno stabilito era organizzato un grande corteo per le vie di Roma fino al Campidoglio. Ad aprire il corteo erano i senatori e i magistrati, poi portate in processione le parti più notevoli del bottino di guerra. Seguiva il generale sopra un carro d’oro, con il viso dipinto di rosso e una corona d’oro in testa.
Dietro in catene erano i capi nemici prigionieri e la moltitudine delle genti vinte, destinati a essere venduti come schiavi. Infine i soldati vittoriosi chiudevano la parata cantando inni derisori.
Il significato del trionfo consolare era inteso anche come il sancire l’inferiorità dei vinti di fronte al popolo romano. L’immagine del re macedone Perseo, prigioniero, sconfitto dal generale Lucio Emilio Paolo a Pidna, rappresentò uno degli esempi più evidenti del concetto di catastrofe, com’era inteso dal mondo greco, del passaggio da uno stato di massima potenza a uno di assoluta umiliazione. Perseo non era, infatti, semplicemente il re dei macedoni, ma era anche l’erede di Alessandro Magno che veniva trascinato in catene nel corteo di un console romano.
Ecco come Plutarco racconta la vicenda:
“I figli del re camminavano condotti come schiavi, seguiti dai precettori che li invitava a tendere le mani verso la folla per impietosirla. Erano due maschi e due femmine che non capivano completamente la gravità della sciagura a causa della giovane età. Dietro i figli seguiva Perseo avvolto in una tunica scura e le babbucce ai piedi, poi tutto uno stuolo di parenti e amici con il volto distrutto dal dolore.
Perseo aveva supplicato Lucio Emilio Paolo di risparmiargli la vergogna, ma il generale lo aveva deriso per la sua vigliaccheria e gli aveva risposto: "Questo non è in tuo potere, ora come prima”.

 

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Una clamorosa sconfitta romana:La battaglia di canne

Messaggio  annali il Lun 27 Lug 2015, 00:02

Una delle più grandi sconfitte dell’esercito romano si consumò nel 216 a.C. in una delle più aride pianure delle Puglie lungo il corso del fiume Otranto.
La vittoria toccò ad Annibale che portò i cartaginesi a un passo dalla vittoria nella seconda guerra punica. La schiacciante vittoria fu senz’altro da attribuire all’abilità tattica del condottiero cartaginese, in grado di sfruttare le potenzialità diverse di suoi uomini e le condizioni naturali del campo di battaglia.
Annibale si schierò in modo d’avere il vento alle spalle, così che quando iniziò a soffiare sulla pianura aperta e sabbiosa, sollevò un gran polverone che passando sopra le loro teste colpì il volto dei soldati romani causando nelle loro fila scompiglio e confusione. Inoltre dispose i reparti del suo esercito in modo tale da lasciare al centro dello schieramento i soldati meno esperti, così che le truppe sfondandolo furono circondate dall’esercito cartaginese.
In una zona di combattimento il console Lucio Emilio Paolo, anche se all’inizio della battaglia fosse stato ferito gravemente, non solo attaccò più volte Annibale con una fitta schiera, ma risollevò in alcune zone le sorti della battaglia.
Infine i cartaginesi ricaccarono i pochi superstiti e quelli che riuscirono a recuperare i cavalli si dettero alla fuga.
Il tribuno militare Gneo Lentulo, avendo scorto il console coperto di sangue seduto sopra un sasso, gli disse: “ Lucio Emilio di cui gli dei devono aver cura poiché sei il solo a non aver colpa del disastro di oggi, prendi il mio cavallo finché ti rimane forza”. Il console rispose: “ Bravo Geo Lentulo! Ma fai attenzione a non perdere in un inutile senso di pietà il poco tempo che hai per fuggire dai nemici. Va’ e riferisci pubblicamente ai senatori che fortifichino la città”.

Così Tito Livio racconta della battaglia di Canne.


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Re: Periodo Ellenistico Romano (VIII sec.a.C- V sec. d.C.)

Messaggio  annali il Gio 02 Lug 2015, 18:09

La religione Cartaginese
 
A Cartagine le divinità principali erano due: Baal Hammon, signore e protettore della città, il cui nome significa “protettore degli altari d’incenso”, epiteto per evitare di menzionare la parola “dio”, che per i fenici, come per gli ebrei era fortemente un “tabù”, e una divinità identificata nella Luna, chiamata Tanit, simbolo della fertilità.
Anche dopo la conquista di Cartagine, per opera dei romani, queste due divinità rimasero radicate nel culto, seppure con nomi diversi: Baal divenne Saturno e Tanit Giunone.
I loro templi furono venerati sino alla più tarda antichità, ma dopo l’avvento del cristianesimo, gli imperatori romani ne ordinarono la distruzione con l’impiego dell’esercito, nel 421 d.C.
La caratteristica più nota della religione cartaginese è rappresentata dai sacrifici umani al dio Baal, visti con orrore sia dai greci sia dai latini, i quali tuttavia, vi ricorrevano in circostanze particolari. In questi sacrifici, celebrati ogni anno, al dio erano offerti bambini maschi, figli delle famiglie più importanti della città, le quali erano tenute al tributo di sangue.
L’usanza fu introdotta dai suoi fondatori, provenienti dalla terra di Canaan.  Presso i popoli semiti della regione i capofamiglia erano tenuti a offrire agli dei le primizie animali o vegetali e perciò anche il primogenito. Anche nella bibbia si racconta che Abramo stesse per sacrificare a Javhè il suo primogenito Isacco.
Alla base di questi riti stava la necessità di placare l’ira delle divinità dalle quali dipendevano la vita e la morte e di tutte le forze della natura, la volontà degli dei era sentita come capricciosa e minacciosa.
Con il tempo a Cartagine prevalse una tendenza meno cruenta e il sacrificio dei bambini fu progressivamente sostituito con quello animale, che, tuttavia, non impedì che le antiche forme sacrificali fossero ripristinate nei momenti di maggior pericolo. Lo storico greco Diodoro Siculo racconta che nel 310, quando l’esercito del tiranno siracusano Agatocle sembrava sul punto di espugnare la città, i sacerdoti di Baal proclamarono che il motivo della disfatta era l’ira degli dei, causata dall’aver celebrato irregolarmente i sacrifici e imposero un grande sacrificio di cinquecento bambini.
L’usanza dei sacrifici è confermata dall’archeologia. All’interno di un recinto sacro a Cartagine, è stato trovato un sepolcreto in uso dai primissimi anni di vita della città sino alla sua distruzione, dove erano state deposte migliaia di urne contenenti ossa carbonizzate di bambini. L’uso del sacrificio umano, benché vietato dalle leggi romane, continuò segretamente presso le popolazioni del luogo anche in seguito.  
 

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Re: Periodo Ellenistico Romano (VIII sec.a.C- V sec. d.C.)

Messaggio  annali il Gio 25 Giu 2015, 23:05

IL SACRIFICIO DEL SOLDATO " DEVOTO"

Racconta lo storico Tito Livio che nel 340 a.C. durante una battaglia avvenuta alle falde del Vesuvio tra romani e le popolazioni latine, uno dei consoli, Publio Decio Mure, offrì la propria vita in sacrificio per la vittoria del suo esercito. La battaglia volgeva a sfavore dei romani e per ingraziarsi gli dei si rese necessario un sacrificio umano.
Decio, seguendo le direttive del pontefice massimo, indossò la toga praetexta, (toga orlata di porpora che spettava ai più alti magistrati) si velò il capo, mise i piedi su un giavellotto posato per terra e pronunciò le seguenti parole: “Vi supplico padre Marte, Giove, Giano, Quirino, Lari, divinità che regnate su di noi e suoi nostri nemici, divinità dell’oltre tomba, vi chiedo di concedere al popolo romano la forza e la vittoria e di spargere il terrore, lo spavento e la morte dei nemici del popolo romano. Dichiaro solennemente di offrire in voto ai Mani e alle divinità della terra, me stesso, le legioni e le schiere nemiche in favore della repubblica e del popolo romano.”
Dopo la preghiera Decio si slanciò a cavallo fra i nemici e venne ucciso, ma la battaglia si risolse a favore dei romani.  
Probabilmente si tratta di un racconto leggendario, ma è rivelatore di un aspetto interessante della religiosità romana e mostra un rituale di consacrazione agli dei di un’offerta. Secondo Livio questo rito era chiamato “devotio”: dedicando la propria vita agli dei, precipitandosi contro i nemici, trasferendo su di loro la stessa morte, i quali subendo questa sorta di contagio in preda al panico finivano spesso per ritirarsi.
Non sempre però il sacrificio riusciva, il giavellotto sul quale era stata pronunciata la “devotio”non doveva cadere in mano ai nemici, se questo avveniva si sacrificavano a Marte tre animali: un toro, una pecora e un maiale.
 
  

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Roma imperiale, viabilità e urbanistica romana

Messaggio  misterred il Dom 15 Feb 2015, 20:41

Storia : l'Urbe imperiale
Approfittiamo di queste brevissime vacanze carnascialesche, per immergerci nella citta (Urbe) di Roma antica.
Roma pare avesse più di un milione di abitanti. Chi dice addirittura quattromilioni e chi invece la declassa a due, trecentomila.
Insomma non è facile a dirsi in quanto la città era abitata da gente del luogo ma anche da forestieri.
Un caos infernale, di gente, viaggiatori, soldati, muli, carri etc. etc.
Come sappiamo la città di Roma era spesso preda di incendi e crolli. Si costruiva in maniera veloce e senza tutte le precauzioni.
C'erano gli editti e le normative però non erano da tutti rispettate (cone adesso d'altra parte).
Palazzi imperiali e domus di prestigio stavano gomito a gomito con case fatiscenti e maleodoranti.
Le strade non erano tutte larghe e diritti, ma vi erano vicoli tortuosi, salite e discese e vicoli ciechi.
Al contrario di oggi giorno, nei piani alti vi si ammassavano in agusti spazi di una sola stanza e sotto i tetti le famiglie poverissime. Questi locali, anzi di solito in un solo locale vi abitavano famiglie intere. Sporcizia e pattume convivevano con i locatari. Insetti di ogni tipo infestavano quelle povere case (possiamo immaginare).
Mano mano che si scendeva, la ricchezza aumentava e ajl piano terreno, al contrario di oggi, vivevano i più ricchi e più nobili. Le case erano più grandi e spaziosi e molto più pulite.
Perchè? Semplice, considerato che non c'era l'acqua corrente, era molto più facile trasportare l'acqua fino al pianterreno che non salirla fino al 4° a 5° piano o sui tetti dove vivevano i poverissimi in canna.
Poi, in caso di incendi (frequentissimi) evacuare il pianterreno era molto più semplice che scendere dai piani alti, con altissimo pericolo di finire arrostiti vivi.
(continua.......)
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Re: Periodo Ellenistico Romano (VIII sec.a.C- V sec. d.C.)

Messaggio  annali il Dom 08 Feb 2015, 12:25

La secessione dell’Aventino
 
Nel linguaggio politico il termine “secessione” indica una separazione volontaria di una parte della comunità o del territorio che controlla. La prima secessione della tradizione occidentale è quella della plebe, del 494 a.C. I patrizi, per evitare rivolte durante le guerre contro volsci, equi e sabini, promettono di ridurre i debiti dai quali è gravata la plebe, disattendendo però alla promessa e causando la ribellione tra le genti. Soldati e plebei si ritirano sul Monte sacro, o secondo altre versioni sull’Aventino.
Per sedare la rivolta fu concesso ai plebei di poter nominare due magistrati, i tribuni della plebe, inviolabili e con diritto di veto sulle decisioni dei consoli.
La tradizione attribuisce a Menenio Agrippa, inviato sull’Aventino per ricomporre la pace sociale, un discorso in cui la comunità è paragonata a un corpo umano che non può sopravvivere senza la cooperazione e la concordia fra le sue parti.
La logica aristocratica indicava i patrizi corrispondenti al ventre e i plebei alle mani, che, con il loro lavoro permettevano al ventre di nutrirsi, il qual ventre, apparentemente ozioso, assicurava la sopravvivenza di tutto il corpo.
L’apologo di Agrippa è così descritto e tramandato da Tito Livio:
“ Si racconta che quando le parti del corpo avevano tutte una propria autonomia e la facoltà di parola, si adirarono contro lo stomaco, perché senza faticare  aveva come unica occupazione quella di godere del cibo che gli veniva consegnato. Allora le altri parti del corpo decisero di cospirare a suo danno: le mani si rifiutarono di portare il cibo alla bocca, la bocca si rifiutava di accettare il cibo, i denti si rifiutarono di masticarlo. L’unico risultato che ottennero fu quello di rendere debole non solo lo stomaco, ma tutte le parti del corpo. Compresero allora (le mani) che il compito dello stomaco era molto importante, perché, se nutrito, permetteva a tutto il corpo di funzionare.”  
 
Però, quell’Agrippa! Voi lavorate mani che intanto io “magno”!
 
Si potrebbe trarre, da tale apologetico “raccontino”, moderna political-morale

  

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Re: Periodo Ellenistico Romano (VIII sec.a.C- V sec. d.C.)

Messaggio  annali il Gio 04 Dic 2014, 13:14

IL FORO BOARIO     
 
Non è da escludere che lo sperone di roccia conficcato nel mezzo della corrente del Tevere, la cosiddetta isola Tiberina, abbia avuto la sua rilevante  importanza nella nascita di Roma. Il suo nucleo di lava vulcanica reggeva impavido la pressione dell’acqua e la fronteggiava dimezzando la distanza tra le due rive principali. Un poco più a valle, il Tevere, entrando nella palude del Velabro si riduceva diventando guadabile e qui transitavano le greggi, le mandrie e chiunque volesse raggiungere i Foro Boario, lo slargo di territorio pianeggiante sulla riva sinistra del fiume compreso tra i colli del Campidoglio, del Palatino e dell’Aventino.
I pastori della Sabina vi si recavano con maggior frequenza, e si aggiravano nei dintorni durante tutta la stagione invernale. La regione, il cui territorio era un posto silvestre, lussureggiante, offriva pascoli ideali al bestiame grazie alla vegetazione favorita dall’umidità.
Il Foro Boario era anche l’occasione per i pastori, di vendere le caciotte e gli agnelli che nascevano proprio all’inizio e al termine della permanenza in pianura.
Non erano solo pastori possessori di greggi che frequentavano il Foro, vi arrivava anche il sale proveniente dalle saline del Tirreno, dislocate intorno alla foce del Tevere. I produttori lo portavano per via d’acqua ma spesso anche via terra, attraverso la Strada Campana, per venderlo direttamente ai commercianti o agli intermediari, che lo avrebbero stivato negli scantinati in attesa di clienti discesi dalle montagne.
Di commercianti se ne vedevano di tutte le razze, non solo italici e sabini ma greci, fenici e soprattutto etruschi. Quanto ai greci erano quasi di casa, soprattutto quelli di Cuma, o quelli venuti dalla stessa Grecia, i quali, con la loro lunga esperienza di traffici, acquisita negli  scali dell’Egeo, del Mar Nero e di tutto il Mediterraneo, erano i soli capaci di insegnare a stendere contratti di compravendita.
Tra i frequentatori più assidui vi erano i Fenici, che vendevano i loro manufatti più sofisticati di quelli esistenti in loco  o compravano derrate agricole e bestiame a meno prezzo che in altri  mercati.
 Insomma, il Foro Boario, prima ancora che Roma nascesse, era già in grado di assicurare scambi molto intensi di prodotti artigianali, di bestiame, di prodotti agricoli e di informazioni tecniche e culturali.
Inoltre, c’era anche un garante soprannaturale di tutto il sistema, l’Ercole italico, protettore d’ufficio del bestiame transumante, il quale riceveva l’omaggio dovutogli per mezzo dell’Ara Maxima che Romolo, quando fu il momento, ritenne opportuno comprendere entro il solco primigenio della città. Questo altare infatti, formava un angolo della cosiddetta Roma quadrata.
Il guado del Tevere e l’isola Tiberina costituirono il centro di un campo magnetico che ha determinato una concentrazione demografica rilevante, concentrazione che l’entroterra ha potuto facilmente sostenere grazie alla sua particolare fertilità.
Perciò, prima ancora di nascere, Roma, o più precisamente l’area comprendente i villaggi sorti sulle alture vicine al fiume, costituiva una promessa di futuro che doveva essere scoperto o inventato.    


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Re: Periodo Ellenistico Romano (VIII sec.a.C- V sec. d.C.)

Messaggio  annali il Mar 02 Dic 2014, 22:10

L’ascesa di Roma
 
Roma nasce tra i secoli VIII e VII a.C, a poca distanza dalla foce del fiume Tevere, sorta dall’unione di gruppi già stanziati nel territorio preoccupati dalla politica espansionistica dei vicini Etruschi.
Predisposta a comprendere e recepire culture diverse, adattandole sino a crearne forme nuove e originali, quali in particolare la scienza giuridica, Roma divenne una città cosmopolita.
Utilizzando le categorie elaborate dalla retorica greca, infatti, i romani fanno del diritto una scienza, mettendo a punto un sistema articolato di principi, che sono tuttora il fondamento dei sistemi giuridici di molte nazioni europee, e non solo.
Dimostrando grande capacità pragmatica, dopo aver definito i principi, i romani utilizzano il diritto come strumento di potere, infatti, a seguito della continua e implacabile politica espansionistica, grazie alla forza invincibile del loro esercito organizzato nel celebre sistema delle legioni, conquistano territori e popoli sempre più estesi e lontani.
Una volta, però, deposte le armi, lo strumento che consente di governare tutti i territori è l’applicazione del loro superiore sistema giuridico.
Di tutti i popoli lontani assoggettati, si sapeva solo ciò che ne dicevano le fonti romane, tendenti a dare un’immagine distorta di quelle popolazioni, svilendo la loro storia e cultura. Fu, dunque, sostanzialmente, una storia scritta dai vincitori: i vinti rappresentati come popoli civilizzati dai romani.
In questa prospettiva, la storia di Roma appariva quasi come la nascita della civiltà, mentre nei decenni una serie di scoperte archeologiche ha cambiato notevolmente le prospettive attraverso cui guardare alla storia della “prima Italia”. Oggi sappiamo che il contributo di popoli non romani è stato tutt'altro che secondario e che alcuni di essi avevano raggiunto un livello di sviluppo civile, culturale e sociale assai elevato, come ad esempio, i micenei, di conseguenza,  nel modo di guardare alla nascita di Roma si tiene conto delle diversità regionali e degli influssi che su di esse esercitarono le civiltà orientali approdate sulle coste della penisola.

              

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Re: Periodo Ellenistico Romano (VIII sec.a.C- V sec. d.C.)

Messaggio  annali il Sab 29 Nov 2014, 21:47

La legione romana
Lo strumento militare che consentì a Roma d’imporre il suo dominio su altri popoli fu l’esercito, organizzato secondo il sistema della legione. Tutti i cittadini di età compresa tra i diciassette e i sessanta anni erano potenzialmente soggetti al servizio militare.
In origine le legioni in servizio permanente erano due, una per ciascun console, ognuna comprendente circa quattromila soldati.
Inizialmente l’esercito romano combatteva a ranghi serrati schierati in falange, con le guerre sannitiche però, dovendo combattere in luoghi impervi determinò un cambiamento che conferì all’esercito una notevole efficienza. Da quel momento le legioni erano schierate su quattro file: davanti stavano i “velites”, armati con frecce e fionde; in seconda fila c’erano gli “hastati”, giovani armati pesantemente; alle loro spalle stavano i “principes”, contingenti con maggior anzianità e dietro ancora, per ultimi erano le truppe scelte, i “triarii”, che intervenivano nella battaglia al momento decisivo determinando l’esito dello scontro.
La caratteristica più importante della nuova legione fu l’ordinamento manipolare: soldati non erano schierati in falangi compatte ma divisi in piccole unità, dette appunto “manipoli”, trenta per ogni legione, ognuno con centoventi soldati che combattevano separatamente.
Questa innovazione strategica fu l’arma segreta dei romani, che consentì loro di vincere persino contro la leggendaria falange macedone. Ai fianchi delle legioni si ponevano gli “equites”, che avevano comunque un’importanza inferiore nella tattica di combattimento. Fu da questa scarsa importanza attribuita alla cavalleria che i romani subirono alcune delle più gravi sconfitte della loro storia.
La disciplina militare era severissima: se una legione dava prova di codardia, il comandante poteva punirla con la “decimazione”, mettendo a morte soldati scelti a caso, sino alla proporzione da uno a dieci, da cui il nome.






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battaglia delle Egadi, servizio RAI

Messaggio  misterred il Sab 02 Ago 2014, 13:37

Ecco un servizio RAI sulla battaglia delle Egadi:
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Roma contro Cartagine, 10 marzo 241 a.C., "battaglia delle Egadi"

Messaggio  misterred il Sab 02 Ago 2014, 11:54

Che questo territorio sia di grandissima importanza storica è fuor di dubbio; infatti nelle nostre zone si sono svolti (e credo si svolgeranno) fatti storici di straordinaria rilevanza mondiale. Enea, Fenici, Punici, Romani, Arabi, Normanni,Aragonesi, Americani sono passati di qua. Ultimamente,  nel 2011 dal nostro aeroporto (Birgi) si sono levati in volo i caccia nel conflitto libico che ha visto la cacciata del dittatore Gheddafi.
Ma torniamo alla storia antica ( e ce lo racconta POLIBIO - STORIE)
Siamo nel 264 A.C. (oltre duemiladuecento anni or sono). I Mamertini chiedono l'intervento di Roma che acconsente. Si scatena la  "PRIMA GUERRA PUNICA" (una sorta di guerra mondiale dell'epoca).
Contendenti : ROMA VS. CARTAGINE (diremmo ora)
Teatro bellico : MAR MEDITERRANEO E SICILIA OCCIDENTALE (ERICE, TRAPANI E LYLIBEO)
Periodo : 264 - 241  A.C. 
COMANDANTI :ANNONE, AMILCARE BARCA (padre del futuro Annibale - Cartagine) e LUTAZIO CATULO E ALTRI(Roma S.p.q.r.)
Non possiamo raccontare tutto , ci soffermeremo su due avvenimenti importanti (di cui uno decisivo, la battaglia delle Egadi), troppo lunga, complessa e vasta la storia della prima guerra punica.
Anno 249 (A.C.) scontro navale al largo di Trapani. I Cartaginesi abili marinai sconfiggono la flotta romana capitanata da Claudio Pulcro (si dice che il comandante romano gettò i polli sacri a mare perchè non mangiavano - e non era di buon auspicio - e disse : "non mangiano? che bevano!"
Vinsero i Cartaginesi. Per  i Romani fu dura. Allestire un'altra flotta e prendersi la rivincita.
Si susseguirono scontri epici tra i due contendenti, per mare e per terra, con lunghi assedi, combattimenti senza quartiere e senza pietà. Una guerra lunga e dolorosa per entrambi gli schieramenti.
Abbreviamo ed andiamo al 241 A.C.
La flotta romana, comandata dal Console Lutazio Catullo, attende, nascosta al largo tra le isole di Levanzo e Favignana, la flotta cartaginese proveniente da Cartagine con rifornimenti e mercanzie.
Il vento (importantissimo nelle battaglie navali) favorisce gli uni e gli altri, ma i Romani hanno una marcia in più : hanno dotato le loro navi di "rostri e corvi". La battaglia da navale diventa con i "corvi" una specie di battaglia terrestre dove i romani sono abili e preparatissimi.
La battaglia è furiosa, sanguinosa (la più grande battaglia navale della storia antica e moderna). Infine la vittoria è Romana. Grida di giubilo e di dolore provengono dal luogo della battaglia, relitti e fiamme ovunque nello specchio di mare egadino. Uno ignaro spettatore dal porto di Trapani,  da  Lilybeo o Monte  Erice avrebbe potuto vedere uno spettacolo allucinante.
A ROMA fu edificato  un tempio  dopo l'esito vittorioso della battaglia (e a quanto pare, i resti di un tempio esistono  oggi a Roma).
Devo essere sincero. quando guardo il mare antistante il porto con vista Isole Egadi, non posso non chiudere gli occhi ed immaginare quell'epico scontro avvenuto 22 secoli fa, tra due superpotenze dell'epoca Roma e Cartagine, con relitti in fiamme, fumo, e quant'altro residua da uno scontro navale.
Ultimamente hanno ritrovato PIù DI  un rostro risalente alla battaglia delle Egadi (quello che prima sembrava più un racconto di fantasia oggi è testimoniato dalle recenti scoperte), combattuta e vinta dai Romani in queste acque. Il rostro è visibile, se passate di qua, andatelo a vedere, e tornerete indietro di migliaia di anni, quel rostro che avrà speronato sicuramente navi nemiche e poi a sua volta si è inabbissato con l'equipaggio e i rematori.
A volte cammino sulle nostre strade, e mi sembra di udire lo scalpiccio delle calzature dei soldati romani che in assetto di guerra si apprestano ad assediere Erice e le sue terre. Non so a voi, ma a me fa un certo effetto, pensare choe qui già si parlava il latino e il punico migliaia di anni fa.
Si, di qui è passata la storia (E ne sono sicuro, ne passerà dell'altra).
Era il 10 marzo 241 A.C.
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Periodo Ellenistico Romano (VIII sec.a.C- V sec. d.C.)

Messaggio  misterred il Sab 02 Ago 2014, 11:43

In questa nuova sezione (seconda nella Musa "Storia antica), verranno inseriti gli argomenti del periodo greco-romano.
Per semplicità e per convenzione, saranno gli argomenti accaduti dalla fondazione dell'Urbe sino alla caduta dell'Impero Romano
d'occidente (V secolo d.C.)


Ultima modifica di sanvass il Sab 02 Ago 2014, 11:56, modificato 1 volta
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Re: Periodo Ellenistico Romano (VIII sec.a.C- V sec. d.C.)

Messaggio  misterred il Gio 29 Mag 2014, 19:21

Teti ha scritto:
Oh Tino ma Massimo Decimo Meridio era ambidestro no?
Occhio perchè... al "mio segnale scatenate l'inferno" e poi so' sorci verdi!!!
Vero anche questo, perchè in un combattimento nell'arena usa contemporaneamente due spade.
Nella scena in questione invece teneva in mano una sola spada.
Comunque sia, con una o con due spade, fa vedè sempre "sorci verdi" a tutti! (i nemici).
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Re: Periodo Ellenistico Romano (VIII sec.a.C- V sec. d.C.)

Messaggio  Teti il Mar 27 Mag 2014, 18:45

Nell’Antica Roma non era insolito assistere a spettacoli gladiatori in cui si esibivano le gladiatrici. Contrariamente a ciò che si può immaginare, questi spettacoli avevano una grande risonanza e le gladiatrici vi partecipavano volontariamente e per proprio diletto.

Un appassionato di giochi gladiatori al femminile fu Nerone il quale era solito organizzare feste di una settimana per festeggiare, una volta l’anno, il compleanno di sua madre e in cui le donne si esibivano sull’arena. Lo storico romano Cassius racconta di uno spettacolo organizzato da Nerone nel 66 a.c a cui presero parte gladiatrici provenienti perfino dall’Etiopia. Pare che Domiziano sponsorizzasse spettacoli notturni in cui le gladiatrici si esibivano contro i nani, trovata questa che rispecchiava chiaramente l’eccezionalità dell’evento.

Copiato per filo e per segno perchè non ho voglia di fare il riassunto.
Oh Tino ma Massimo Decimo Meridio era ambidestro no?
Occhio perchè... al "mio segnale scatenate l'inferno" e poi so' sorci verdi!!!
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gladi-atori e gladi-attori (Holliwood ed errori di montaggio)

Messaggio  misterred il Mar 27 Mag 2014, 17:21

Al minuto 5.01 massimo Decimo Meridio tiene la spada con la mano sinistra; qualche secondo dopo, invece la impugna con la destra (5.04).
Anche gli attori come i politici passano da sinistra a destra e viceversa in un battibaleno.
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GLADIATORI

Messaggio  annali il Mar 27 Mag 2014, 02:02


 
Al tempo di Roma antica gli spettacoli violenti negli anfiteatri  finivano in veri bagni di sangue e di ferocia.
Lo storico Livio afferma che il primo spettacolo fra gladiatori fu allestito a Roma nel 264 a.C. dai figli di Bruto Pera in onore del padre defunto, e, in effetti, lo spettacolo era un tributo funebre di carattere privato, rimasto tale fino al primo Impero, quando i giochi divennero   sempre più popolari e cruenti.
Nel 65 a.C., fu Giulio Cesare che si rese consapevole del potere propagandistico dei giochi, facendo esibire 320 coppie di gladiatori per garantirsi il consenso delle masse.
Con il consenso, e il popolo che tanto mostrava di gradire gli spettacoli di sangue e i duelli, si rese necessario arginare il fenomeno per mezzo di rigide norme.
Il “ludus” (la caserma) privato istituto da Giulio Cesare a Capua, era composto di 5000 elementi, ereditati in seguito da Ottaviano, il quale, divenuto Augusto nel 27 a.C., fondò in quei paraggi il primo ludus imperiale, proprietà personale dell’imperatore.
Gli spettacoli divennero pubblici sotto il regno di Claudio (41-54) e di Domiziano (85-96), ai tempi dell’edificazione dell’Anfiteatro Flavio, una gigantesca struttura meglio conosciuta come Colosseo,  sorta a Roma fra il  72 e l’80.
I duellanti, cioè i gladiatori, affrontavano la morte ogni giorno. Erano in parte prigionieri di guerra dei popoli più vari: Traci, Galli, Sanniti, e in parte schiavi ceduti a un “lanista”.
Altri ancora erano persone condannate alla gladiatura per avere commesso crimini.
A loro spesso si affiancavano gladiatori volontari, ossia liberti, schiavi che avevano riguadagnato la libertà.
All’inizio gli scontri solo raramente si concludevano con l’esecuzione dello sconfitto, e se il duello era stato gradito, il perdente veniva graziato.
In tarda età imperiale invece, il combattimento si concludeva inevitabilmente con la morte di uno dei due gladiatori, e ben pochi di loro terminavano la carriera fino al congedo. Quando accadeva, questi continuavano spesso a vivere nel ludus, divenendo istruttore o arbitro.
La grande caserma gladiatoria era sotto la responsabilità di un procuratore che comandava differenti settori in cui lavoravano liberti e schiavi, ogni settori con incarichi che andavano dall’organizzazione amministrativa e tecnica, alla fornitura di vesti o animali da parata.
La selezione dei condannati a morte spettava invece ai magistrati.
In occasione dell’inaugurazione del Colosseo, nell’anno 80, Tito concesse 100 giorni di giochi ininterrotti, e quattro mesi ne concesse Traiano nel 107, per festeggiare il trionfo di Roma sulla Dacia.
Vincere o morire: il motto gladiatorio.

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Re: Periodo Ellenistico Romano (VIII sec.a.C- V sec. d.C.)

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